Anni 60

Quando gli oppressi e indignati già rumoreggiano

18 agosto 2012. Rinvenuti tra inediti di vari decenni fa i versi che trascrivo appresso considerando la attualità dei motivi di cui sono tramati…

 

Quando gli oppressi e indignati già rumoreggiano

 

Colpi di peltro di mal convogliate acque

battono le anche ossute di Burocrati

intenti a schedar quarantene di semi e di fiori;

ma si aprono con elegante guizzo attorno alle rupi

e ai discorsi protervi dei Candidati

al Prossimo Parlamento, al  Melenso Senato;

come mutate in code di livree servili

afferrano e trasportano la canzonetta

rituale con quella stessa protervia idiota

con cui i Delfini spezzavano alle Governanti

natiche e schiene in nome della Patria,

con quella stessa coscienza del dovere nel rango

che fu del cacciatore domestico Carlo decimo,

sanguinario impallinatore di conigli impagliati

montati su rotelle, trainati nel Louvre

da divertiti schiavi giamaicani…

E infine nelle Aule vuote rimbomberà

a lungo l’eco di quell’ impulso iroso!…

 

(Roma, dicembre 1966)

Ah, l’arte conveniente agli affetti dei grandi!

1 gennaio 2011. Recuperato da un remoto deposito di inediti il componimento che segue.

 

Ah, l’arte conveniente agli affetti dei grandi!

 

In solitaria villeggiatura riflette

sul poco credito che ancora si accorda

alle sue cose: romanzo, poesia, dramma.

“Certo è già ingenerosa questa pretesa

di tacitare i fremiti del nativo pudore,

di circoscrivere le ombre poco nitide

di dignitosi elevati pensieri

che neanche il contestatore più accanito

parodierebbe in una così noiosa estate…”

Eppure, ecco, analizza con puntiglio

i propri perché, gli ausiliari vanitosi,

nel limpido mattino con molti dialoghi

di casigliane in vestaglie rosse e verdi:

“Forse – inquisisce – vado troppo mal vestito?

Dovrei con studiata lentezza pasteggiare

cinte e cravatte, prima di adattarle

al ventre e al collo su stirati panni!

Le pieghe delle stoffe dovrei amarle

con assoluta fedeltà e trasporto, sì!…

Ma tutto è giuocato qui dunque il mio credito?

Via, proprio ieri qui chi era che

notava la civettuola trasandatezza

con cui recavo in spalla una giacca di daino?

Dovrei meglio curare l’emissione

della voce, quando recito le mie cose

all’entusiasta curioso…Certo, a volte,

è come sciorinassi nuda e cruda

la tetra anatomia dei miei cadaveri

metaforici, anagogici, anaforici.

E invece all’ortoepia dovrei davvero

almeno dedicare un sonetto o un’ode;

ma non nel gusto barocco di idolatria

delle forme, d’accordo, ma con scettica

curiosità, con machadiana enfasi;

poi reclutare l’annoiata compagnia

dei sazi e degli inutili; essi, infine,

someggiano la poetica salmeria

lungo i crinali di fantastiche traslazioni…

Dovrei seguire (ma, per carità!,

serbando la preziosa e la fatale

autonomia dal candido chitone,

dal capriccioso boccolo!) la via

degli Arrivati; copiare i loro gesti,

lasciare a metà nei piatti le pietanze,

sposato il loro prezioso galateo.

E poi essi, i Serenissimi Arrivati,

gonfi di sali lagunari, là,

nella spaziosa loggia veneziana,

di quale confidenza farebbero grazia

ad un così scimmiesco imitatore?…

Dovrei sorprenderli, nell’ora in cui

sul loro chilo e sulla loro siesta

cade l’ombra vigliacca di Campoformio,

con ben studiati sorrisi di simpatia,

farli ammirati almeno di un mio genio

di folle, di primitivo, di infante, di guitto?…

Dovrei giuocare a bocce con il Parroco

e con il Federale, sfidare agli scacchi

il Mercante Aggiottante! Infine, hanno

dei familiari di modesto pregio, sì,

ma con fisionomie di effetto estetico,

pareti da intonacare nelle case,

curiosità bambina, orgoglio permeabile…”

 

La cancrena cominciava a lacrimare

con note di gretto suono all’orecchio del mostro,

nel vano del tronco massiccio che aveva adattato

a guanciale; verisimili sogni prendevano

le tinte stilizzate dell’abitudine…:

“Ah, ma lassù non si giunge ad aver successo

se non si è ben saziata la coscienza

con lento rosicchio delle unghie anemiche.

Dovrei rinfocolare, nella mia casa

il culto della mia persona; ma – Dio mio! – come

potrei, mancando acqua, spedire mia moglie

alla fontana con dei fiaschi in braccio

avendo posto in lizza le due nostre

martirizzate e prometeiche dignità

come fossero galli da battaglia

tenuti a freno in un patio messicano?

Essa è bene anche figlia di un magistrato!…

 

Tra l’uno e l’altro sparo di un cacciatore

i guaiti di cani adulatori

ferivano nella speranza più verde e odorosa

i pochi spettatori nauseati

dai troppi truculenti drammi silvani;

la loro servile crapula però inebriava

selvaggiamente i rassegnati e gli eterni indecisi

ai bivi di polverosi, deserti sentieri.

“Quanti simili a me – pensava – pure

si sono resi convinti, ad una età,

in una precisa stagione di forma fatale

soffusa di descrivibili malinconie,

che qualche pregio recano quei motivi… –

scrollò le spalle, sorrise amaramente –

Dobbiamo dunque coraggiosamente

tutti imbrattare le quattro pareti

di questo nostro sacello provvisorio!
L’acume storico è un letto molto scomodo;

ma è risaputo che nella notte a volte

trilla improvvisamente il campanello

chiassoso e bene induce il Profeta, il Duce,

l’Episcopo, il Fraticello, il Sergentino,

o anche solo la Recluta caccolosa

a riconoscere l’ineluttabile destino.”

 

Ed ecco, tutto il suo orgoglio ora si raduna,

come una Grande Armée ben dotata e speranzosa,

a Boulogne, preludiando una sua Anàbasi,

al grido di ‘Onore! Thàlatta! Onore! Thàlatta!…’

I corni inglesi rassettano alle trombe

i gonnellini di anacronistiche vivandiere,

cavalca Fabrizio Del Dongo un cavallo non suo.

Con comica attenzione ora si sente

spronato a delineare sulla carta

i volti e i corpi bene infagottati

delle napoleoniche cortigiane

che fanno ressa attorno a François Gérard:

“Dateci saggio consiglio voi, maestro,

su come meglio trattare il ritratto che avete

appena concluso del citrullo Re di Roma.

Domani uno squadrone di corazzieri

partirà da Parigi per recarlo,

ancora così odoroso delle vernici,

al padre, tra le tende, sulla Moscova.

Non subirà alterazioni, vogliamo sperare,

nel suo trascorrere per lande paludose

e alpestri valichi? Ma gli schianti dei boschi

carpatici potrebbero screpolare

le vostre (ed ora sue) preziose tinte?

Ecco già pronti ai vostri sagaci indici

i carpentieri, i fabbri, i falegnami,

gli imballatori, le corvées della Reggenza

(assente giustificato; e, poi, neanche

indispensabile – comprendete?… – il cavilloso

generale Malet, per diarrea e tosse…);

suvvia, impartite i sospirati ordini;

verranno tutti eseguiti col massimo impegno.”

 

Allora, così richiamato dai palpiti ansiosi

delle megere ai crismi legali, il pittore

di corte, il Genio Grazioso, sorridente

come una scimmia posta dinanzi a uno specchio,

lascia la strada ferrata del netto interesse

tutto immedesimandosi nei dettagli

dei finali amminnicoli del gesto:

Iconografo in moda si netta i piedi,

cordonato Servente netta la cima

del pennello di martora sul panno

di pelle di una cornuta renna, annusa

da una peripatetica tabacchiera

il tabacco d’Egitto alquanto stantio;

e, schiarita la voce, con sussiego,

ora impartisce con barocchi fronzoli

a eletti pretoriani la sua lezione

di imperiale imballaggio e facchinaggio.

Tutti, poi, a cena. Si arrostiscono le carni;

le pelli che si contorcono e il puzzo acre

dilatano gli stomaci degli adepti,

infondono sana energia nei corpi scattanti

e danno una piega gentile ai loro fervori

così che posino adagio sulla pagina

del tomo storico, farfalle di bella tinta.

Si fanno brindisi in pro del quadro e della

sua scorta pachidermica e alquanto alticcia:

“Ah, l’arte conveniente agli affetti dei grandi

come spartisce bene anche sui minimi

essenze e aromi del maggior prestigio!…”

E infine, serrato il portone ben chiavardato,

sul foglio si rassettano le figure

di tutti i personaggi della farsa

con appropriati grafismi complessivi

come nei nostri barattoli di cristallo i frutti

ridotti in saporite marmellate…

 

(San Polo, 17 agosto 1967)

 

Dietro i dolori al centro di una magica caccia / Ho ancora un recinto nell’Isola entro cui rifiorire / Rito dei marinai in franchigia

13 gennaio 2006. Recuperato da un remoto deposito di inediti i tre componimenti  seguenti.

 

Dietro i dolori al centro di una magica caccia

 

Ora ricordo come nel tempo giovanile

quando il glicine fioriva arcandosi sui muri

crescevano le mie preoccupazioni

del valore, del prestigio, del giudizio, della coscienza.

Lievitavano gli odori fino a iridescenti altane;

ogni lettura mi rendeva più innocente, i colori scintillavano,

lamella contro lamella, punto tra punti,

il senso delle cose pareva celato, per me,

dietro i dolori al centro di una magica caccia…

 

Le rondini tracciando semicerchi ingannavano o promettevano.

E io con quale fanatismo osavo assalire

anche le vite applicate a solamente un’opera!

Gli esseri dal viso astutamente rasato mi parevano,

pur entro il loro ardito profilo, pur risuonato il sibilo

della loro eletta intesa con il turbine infestante,

come invidiosi degli altri, i geni più alti, raccolti e muti,

esperti – davvero! – di tutti gli strumenti e teatri…

 

E a questi chiedevo la notte, più che ai santi,

tenacia nelle veglie e acutezza nello sguardo,

gioia delle favole ben animate, dei significati immobili.

Essi mi visitavano dandomi febbre e fatica,

però scheggiando il ghiaccio e intessendo legami

mescolavano superbia e umiltà, rischiaravano l’anima,

guidavano il corpo tra proficui rimorsi e promesse

sicché scaltro nel giorno toccavo i confini dei cicli…

 

(Roma, 1 febbraio 1965)

 

 

Ho ancora un recinto nell’Isola entro cui rifiorire

 

Nel buio mastico le sfrangiate paste di farina di ceci,

frutto della mia atavistica sorcellerie pasticciera.

E come, nel gusto della mia bocca agra,

come dal cuore provato in angustie e grettezze,

sale la voce di un dèmone che nessuna prigione converte!

 

Ho ancora un recinto nell’Isola entro cui rifiorire

così come quando ricompare la primavera arguta:

nella modestia dei miei poteri e sensi,

in lungo colloquio con la pietra che si sgretola,

con il riccio che si apre, con la pianta che profuma…

 

E infine sorrido dei miei timori di esaurimento;

e infine mi apro un varco nella ressa irriconoscente

certo che saprò urlare alla morte in viso,

che allevare un figlio è porsi in viaggio verso siti nuovi

senza neanche più aspirare alla fama di moda|…

 

(Roma, 30 gennaio 1965)

 

Rito dei marinai in franchigia

 

                                                           “E’ s’infurieranno delle cose più belle,

                                               a cercare, possedere e operare le parte lor più        

                                                           brutte, dove poi, con danno e penitentia

                                                           ritornati nel lor sentimento, n’aran grande

                                                           ammirazione di se stessi.” (Leonardo, Profezie)

 

Rito dei marinai in franchigia:

tempesta e canto nuovo della Terra!

Ricorda come ritornò il sorriso

sopra il volto di Demetra angosciata

per il ratto divino di Persefone:

“…Baubo solleva il peplo, e mostra tutta

la matrice; di quella vista gode

Demetra, e infine accetta la bevanda…”

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Rito dei marinai in franchigia;

parata, varietà, seminario, clinica

di rosee cicatrici, di neri tatuaggi.

Una folla li teme o li disprezza

perché non colgono frutti del suo recinto,

respingono con furia i sognanti idilli

di gioventù bavose impaludate

in sentimenti disposti in una giostra

secondo cavallereschi cerimoniali

e ansiose di esibire i loro trofei…

 

Ora ricordo le fresche sale estive

precluse al sole e agli echi della gente,

ai sentori dei lignei rottami arsi

nei vani delle macerie portuali.

Ora ricordo le fresche sale estive

tempio di intense luci artificiali

e dei sentori e ritmi della carne.

Nello stallo regale sta Proserpina

appena reduce dal triste itinerario

su cui pesavano piogge, venti, e vermi;

disposta come un anziano ambasciatore

che sa come la guerra si impone e trascorre,

mormora in tutti i gerghi dei Continenti…

Giungono i marinai con i baschi in bilico

sui crani, i raggi aurei delle dita

scagliano i dadi di risate aperte

sopra i merletti grigi dei sofà

odorosi di polvere e di muffa.

Al crepito delle formule galanti

il Mare si insinua e canta entrola Terra;

Ade scherma le lampade e si appiatta.

I convenuti delibano il piacere

masticando, celiando, contrattando,

come approdati a trascegliere un destino

in una affollata piana oltremondana…

 

Nel grigiastro languore di vivaio

accanto a ciascuna femmina compare

l’emblema che le assegnano i Bestiari:

la Cagna claudicante,la Scimmia irosa,

l’avida Scrofa, la ronzante Ape,

la Colomba dal soffice piumaggio,

la Formichiera dalla lunga lingua;

e le Mezzane assegnano nuovi nomi

a emozioni smarrite appena esatte,

salse sui cibi, forge di metalli…

 

Su tali fili si tesse l’impresa.

I Ballerini tutte ora disserrano

con forsennati colpi delle chiavi

le energie troppo a lungo trattenute;

fondendo brutalità e galanteria

riscoprono sugli omeri muliebri

feline decorazioni, nauseanti balsami,

culmini, eclissi del visionarismo.

I Brindanti hanno tolto la sordina

al pianoforte della fantasia;

e quelle che ancheggiavano stancamente

scialbi sorrisi esponendo tra le gote,

sorbita qualche aromatica tisana,

pattuiscono soste di più ore.

 

Gli specchi più non mostrano menzogna

allo scrosciare delle carni bianche.

Al moto dei rampanti corpi, ormai,

ad ogni volta del rondò lanciato,

gli steli delle piante salottiere

si gonfiano palpitando come vele

sui travi di lussuosi vascelli antichi;

negli intervalli unanimi puoi udire

l’allarmato squittio dei sorci in fuga…

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Rito dei marinai in franchigia.

Core che infine matura dopo il ratto;

il maschio che si distende dopo il coito

come il polipo risale su dal fondo

nella umida nube del suo inchiostro,

vela il corallo, nostalgie dispensa

sulle ferite roride e brucianti…

 

Rito dei marinai in franchigia.

Divinità parevano all’ingresso;

all’uscita schioccava la loro carne.

Ridendo ripetevano con Orfeo:

“Nulla di più miserabile che la Femmina!…”

 

(Roma, 9 – 18 marzo 1966)

Immutato orizzonte della gente mediterranea / O Sicilia, isola e altezza!

28 settembre 2005. Rinvenuti due componimenti con datazione 1963, non inclusi nelle precedenti mie raccolte a stampa, li trascrivo qui.

 

Immutato orizzonte della gente mediterranea

 

Posso scrivere poesia in pieno mezzogiorno.

Posso fornire consigli mentre ascoltate una fine predica.

Posso sorridere irriverente nel corso di una conferenza.

 

‘Akrìdi tà katàruran aedòni kài druokòita

Tèttighi xunòn tùmbon èteuxe Murò,

parzènion stàxasa kòra dràku…’

dice A’nite.

E ora sto qui a chiedermi cosa è stato della bimba Mirò

dal nome così suggestivo che anche evoca

l’incanto improvviso di huertas valencianas.

 

Mi chiedo cosa è stato della bimba Mirò

poiché cala la sera e, ricordando i fatti

dell’ultimo tempo della mia vicinanza a mia madre,

ne riapprendo ancora il sapore emotivo,

provo gioia insperata, ma senza rimpianto.

 

Ora so quale più lunga e difficile via essa ha imposto

dall’ombra della sua supponenza gelosa

al passo della mia vita e dell’opera:

“Che cosa pretendi di essere e divenire? –

protestava; e sbarrava il proprio deluso egotismo

con serrature e con chiavi, distogliendo

dalla mia vista lo sguardo sdegnato.

 

“Al mediocre – rispondevo, e con quale ardimento!…-

che cosa per lui comprensibile potrai mai controbattere?…”

Io soltanto potevo scrutare il campo della disgrazia

fino all’orizzonte della sua atona crudeltà.

Per questo ora sto qui a chiedermi

cosa sarà stato poi della bimba Mirò, quella che

‘‘akrìdi tà katàruran aedòni kài druokòita

tèttighi xunòn tùmbon èteuxe”…

Sarà poi divenuta un’etera?, oppure una madre comprensiva

di tutte le irragionevoli ambizioni dei figli?

Avrà innocuamente allettato dei mediocri?

Non importa; la risposta, intanto, è divenuta superflua

poiché se è vero che

                                               ‘dissà gàr autàs

pàighni’o dispeizès òket Aìdas…’

Ade infine ha portato via anche lei

e le vigilatrici maligne hanno avuto successo

per quanto almeno potevano…

Le Mòire!, le Mòire!

Le Madri!, le Madri!

 

Madri che possono ricattare da stalli privilegiati!

Madri che possono acquistare maestria delle armi più sottili!

Madri che possono rinnegare il sesso generatore!

Le Madri!, le Madri!

Le Mòire!, le Mòire!

 

Con che cuore, dunque, oggi me ne sto qui,

trascorse le esequie dell’usignuolo e della cicala;

sopitosi il pianto di tutti i sopravvissuti,

cavalcate le onde che tanti hanno sommerso

con sentimentalismi, vigliacchi cedimenti;

e fiducia reciproca tento ispirare ai sopravvissuti

man mano scovati e adunati, per sospingerli

tra ardimento dell’esordio e panico dell’epilogo,

a specchiarsi nell’abisso dei mari

per comprendere l’abisso dei cuori,

immutato orizzonte della gente mediterranea!…

(Roma, sabato 2 novembre 1963)

 

O Sicilia, isola e altezza!

 

O Sicilia, isola e altezza!

Trìskelis e tetràkelis

della tua storia e della mia coscienza,

dei Siculi e dei Sicani,

degli Elleni e dei Fenici,

dei Greci disperati e dei Bizantini alteri,

dei Romani, degli Arabi, dei Normanni!

 

Ti sentivo narrata nei proverbi,

nei cibi, nella foggia degli abiti,

nel modo di sorridere e di imprecare

degli uomini e delle donne, nel taglio ròso

dei gradini, nella forma delle anfore,

nei chiocciolii delle fonti, nelle forme dei coltelli,

nella rupe fiorita dai desideri

che a un tratto scorgevo profilarsi

in fondo alle vie cittadine animate e dentate.

 

Che fortuna la poesia che

raddensa le immagini e le limita!

Dono divino di lieviti e tempeste

per sagge mescolanze di miracolose antichità!

E senza poesia come potrei essere capace,

io, di vegliare un morto o di educare un vivo?

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Kài pokàtoi dòso trìpodos kùtos…(1)

Alcmane promette una pentola tripode;

e poi quando chiama le alcionesse a scortarlo

nell’ultimo viaggio sul mare spumeggiante

come tenero il suo rituale della morte!…

E risento mio padre ripetere, la sera:

“Tra i preti sparisce il gabbano!…

Dalle ruote si sente, che è carretto!…”

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Crescono cuspidi normanne e minareti arabi

sulla tua pelle glabra, misteriosa

Sicilia! Persefone strepita all’Ade.

Demetra con ombra di spiga corre i campi.

E noi divisi in città straniere sogniamo,

sul grembo della madre casuale ci scaldiamo

dopo navigazioni fantastiche.

 

Scendono le cordonate serali folle di pescatori,

roseo fiore del destino farfalleggia le pietre,

i nostri canestri crocchiano come sedie di oziosi,

le farmacie hanno frescure di privilegio,

annusando il dio naturale amiamo e odiamo…

 

Chi vorrà consegnare qui il pedaggio del lungo viaggio

ospite sia se saprà riferire di lirici grandi

un cui verso sommuova come ondata mediterranea

i fondi della nostra memoria

non di fanciullo, ma clanica!

 

“…suonavano flauti, gli eletti;

qualcuno aveva approntato

giardini ben convenevoli alle lussurie;

i volteggi e i sorrisi delle Ninfe

offrivano spettacolo agli dèi

dei contrastati amori degli umani…”

(Roma, venerdì 15 marzo 1963)

 

(1) Alcmane – “… ti darò una grande gavetta”

Per Gilgamesh