Poesia e immagine del mondo

(Intervento su ‘Attraversando i saperi’ – Monte Porzio Catone, 11 maggio 2006)

 (stralcio)

Comincio col chiedere: la vostra richiesta a un poeta (o presunto tale) la avete collocata in calendario quasi al termine di un ciclo intitolato “Attraversando i saperi” forse perché convinti che l’opinione che verrà espressa da poeta o letterato ha minore rilevanza e significatività, nel complesso ideologico di questa età storica, di quella espressa da scienziati, tecnici, antropologi, etologi, operatori politici, ecc.?

La domanda non è né capziosa né retorica. Io stesso propenderei per una simile classifica di credito minore da assegnare a personaggi che intendano poesia ed arte entro la modesta pretesa che più avanti delineerò. Sì, perché molta della poesia in circolazione nel tempo – e non dico solo quella dei duecentocinquantamila poeti dilettanti censiti in Italia, a quel che mi risulta, che pur riescono a racimolare encomi e premiucoli perfino in località di vacanze balneari e in stazioni climatiche per podagrosi o artritici – ma anche molta di quella edita da grossi editori e osannata e reimposta autoritariamente in sedi universitarie e in rubriche di rotocalchi di grande tiratura e in sede di rinomati premi letterari, piove normalmente sui cervelli di un pubblico che non ha alcun interesse alle questioni che essa tratta, ai settori del vissuto di cui mostra interessarsi; e sì, ancora,  e all’opposto, perché anche quella poesia rara che ostenta separatezza dal rimario convenzionale e che vivacchia lontano dalle arene in cui fanno strepito le fanfare accordate sui best seller non registra, di regola, più dei venticinque lettori di manzoniana memoria. A riprova il fatto che anche personaggi dotati di ingegno ermeneutico in qualche disciplina affine pretendono usualmente di esprimere giudizio su tal genere di poesia senza neanche pervenire all’ultima pagina del libro e senza  concentrarsi per desumerne il senso più o meno celato dietro la immaginativa allusiva o metaforica.

E’ il momento allora di accertare che cosa intende per poesia chi è stato in un certo senso costretto a parlare qui oggi.

In “Cosa significa esser poeta in Ninive” (pag. 80 di “Poeta in Ninive” – Book ed., Bologna, 1999)  do una ironica e sbarazzina rappresentazione di quegli atteggiamenti e modi e cerimoniali e crediti nei quali si fa consistere, in una società destinata a venir memorata dopo la sua estinzione cruenta, il mestiere dei poeti. E’ evidente, al fondo della ironia, il giudizio severo che vi è alluso riguardo alle scelte di vita e di gusto della contemporaneità; ma è anche evidente la determinazione a porre sul conto della poesia altre e  ben diverse incombenze, alternative e ben più utili; dunque, impliciter, il distacco da certe concezioni di poesia e poetare che, con sintesi sbrigativa (ma all’interno della quale potrei caratterizzare vari sottoprodotti della inventiva contemporanea) situo tra  due estremi: quello che restringe il poetare al sentimentalismo patetico e occasionale e quello che lo intende come cerebrale congegno di parole con più o meno gradevole effetto auricolare. (4)

Ma qui si è forse inteso fare appello a un altro tipo di poeta, operante con un altro concetto di poesia, a un poeta e a una poesia che intendano adombrare nelle figurazioni palpabili del dettato un pensiero critico? Allora mi sento autorizzato a  proseguire sapendo di poter proporre un concetto di arte che accoglie anche molti ingredienti delle discipline pratiche: una tale collocazione e compromissione del  ‘messaggio poetico’ io uso incorniciare tra un pensiero di Friedrich von Handenberg-Novalis (beato lui, tranquillo e indisturbato fruitore di un significativo pseudonimo…): “Senza filosofia, niente poeta!” e alcune sferzanti espressioni di scrittori arabi che altre volte ho citato e che qui limito a quella del Profeta in Corano (XXVI, 224 – 6) : “E i poeti, poi, che i traviati seguono, non vedi come vagolano per ogni vallata e dicono quel che non fanno ?” Questo appunto testimoniando come già nel “Syntagma”, prima opera ‘pseudopoetica’ da me pubblicata nel ’63, all’interno di una complessa scenografia urbana anche accattivante istigavo in definitiva il lettore a sensibilizzarsi sugli equivoci in cui molto spesso incorrono i professionali distributori del credito poetico e letterario; per cui, ancora nel mio ultimo libro edito, e ancora una volta di ‘pseudopoesia’, a proposito di una ‘epocale virata del gusto’, ho creduto conveniente porre in epigrafe la accorta prevenzione di un certo personaggio di Petronio: “…timui ego ne me poetam putaret…” (In “Da Alchera alla City”, Book ed., 2005, pag. 108): “Dica, insomma, il poeta, quel che fa e che è in grado di testimoniare per personale esperienza!”

Ma anche accettando di allineare il mio problematico concetto di poesia con altri trovo opportuno chiedere, come operatore definito da qualcuno ‘sinestetico’(5): “Una utile immagine delle cose del mondo la fornisce la sola poesia, vale a dire che necessariamente ed esclusivamente si connette al solo esercizio più o meno magistrale della parola? O non è da dire piuttosto che a dare una immagine dell’andazzo delle cose del mondo perviene qualsiasi pratica in qualche modo creativa  messa in atto dall’uomo; e che, insomma, una immagine delle cose del mondo si prospetta come modello e condizionante anche della pratica tecnica attivata da un individuo?

Il comporre organismi sonori più o meno gradevoli o comunque accettati da un pubblico convenuto in un sito e convenzionato a un determinato cerimoniale di ascolto mira soltanto a suscitare in ciascuno di quei convenuti quella certa sensazione di gradevolezza acustica che li incanta all’istante e che si dissolve appena essi defluiscono dal recinto in cui l’operazione di trasmissione è stata condotta? (6) Oppure quella composizione di ingredienti fonico-acustici esprime anche (o parte da) una precisa idea che il manipolatore di suoni, timbri, altezze, e ritmi possedeva delle cose del mondo prima di porsi all’opera o a cui è pervenuto per precisa determinazione a obiettivarla? La domanda può tranquillamente iterarsi, mutatis mutandis, venendo a parlare di  progetti o attese o risultanze che interessino il manipolatore di ingredienti grafici, cromatici, iconici o aniconici, puntati a resa mimetica o a concettualità, di immediata fruibilità o bisognosi di medianti interpretativi, e così via.

Ma chiedo ancora: lo scienziato che organizza le proprie competenze di una certa disciplina e le impegna nella ricerca mirata alla soluzione di un certo problema pratico non perviene forse anche lui a (oppure non parte, anche lui, da) una visione delle cose del mondo con quel suo applicarsi a una operazione che a taluni pare appartenere a tutt’altra sfera da quella della produttività che diciamo estetica? Chi si impegna nella ricerca di ingredienti chimici, chi esperisce indagini nel campo della fisiologia, delle scienze naturali,  lo fa forse solo per pura curiosità del mistero oppure perché animato da sentimento umanitario, ecologico, etologico, ansia maturata e predeterminata di soccorrere i propri simili (oppure anche perché preventivamente intenzionato ad assoggettarli, i propri simili, una volta venuto in possesso di cognizioni superiori a quelle che possono gestire gli altri…)?  Oppure intendiamo che soltanto quando l’impegno profuso da un ricercatore raggiunge un apprezzabile risultato (in progress ulterius rispetto al consolidato scientifico nel quale egli si è formato) egli ricava da tale attingimento un’idea del mondo e impone una sterzata a quello che fino a prima del suo intervento euristico qualificava quella civiltà che lo ha autorizzato alla ricerca? Bacone che propone di dare corso a un’arte dell’invenzione impegnando l’intelligenza umana nello scandaglio e nella classificazione dei fenomeni mediante uno spietato organigramma induttivo e in una consequenziaria applicazione delle scoperte ingegnose è un maniaco indifferente alle possibili conseguenze, anche estreme, di quel che propone oppure  agisce come agisce perché determinato ad aprire nuove strade alla umanità?  Insomma, è lo stato della concezione del mondo e della vita vigente in un dato momento storico a condizionare un Nobel fino a che non perviene, nel chiuso del proprio laboratorio, alla scoperta della nitroglicerina, a condizionare i c.d. ‘padri della bomba atomica’, supponiamo ‘sentimentalmente’ partecipi delle sorti angosciose di una umanità insidiata dalla tirannide nazista, oppure dobbiamo limitarci ad apprezzare, come requisiti di una anodina virtuosità di tecnici, la  puntualità e precisione con cui essi hanno atteso al loro impegno di laboratorio ma dedurre allora che un potentato politico ha opportunisticamente consentito e agevolato il libero giuoco della loro ricerca, ha soddisfatto ampiamente la loro ambizione e il loro orgoglio sol  per riconfermare ancora una volta il diritto di chi possiede un certo potenziale distruttivo ad assoggettare quanti non sono pervenuti in tempo utile a dotarsi di quello stesso potenziale, e quindi essi, questi potentati, coartano gli altri cittadini del mondo alla loro immagine del mondo?

E si, sto ormai parlando come nuora-poeta perché suocera-filosofo intenda…Troppa acqua è passata sotto i ponti, due devastanti conflitti mondiali e sessanta anni di condizionamento dell’umanità al ricatto di un sempre possibile olocausto nucleare perché l’assunto storicistico di una separatezza e impermeabilità delle immagini del mondo concepita da Guglielmo Dilthey ancora a inizio del XX secolo permanga convincente in una pratica del vivere che mostra continue intersezioni e contaminazioni di quella mirata alla categoria di causa con quella mirata alla categoria di valore, con quella mirata alla categoria di scopo; in una età, come la nostra che, ormai da alcuni decenni uso definire come ‘liminare’, vale a dire permanentemente esposta in vista di catastrofe, non raffrontabile – per sua autodefinizione – ad alcun’altra precedente per temerarietà delle pretese e rischiosità delle imprese.

Dunque? Qualsiasi attività produttiva di una qualche dignità e responsabilità ha come fondamento una immagine del mondo e perviene a ulteriormente definirla qualsiasi protocollo di impiego delle risorse cogitative e pratiche impieghi il suo conduttore. Ma oso affermare che quanto ad affidabilità e credibilità sia da assegnare primato sulle altre a quella a cui perviene il creativo (l’artista in genere, il poeta in particolare) perché sicuramente la più estesamente appercettiva della consistenza del reale in quanto scaturisce da acquisti maggiori perché impiega un numero maggiore di strumenti, di chele in uno spettro esteso di applicazioni che va dal registro esistenziale a quello della allegorizzazione-analogia!

Ma come si forma l’immagine del mondo di uno scrittore? Dapprincipio appare, e nell’estrema riservatezza di una pudoralità facilmente bersagliabile dal senso comune e dal dileggio, un impulso, per lo più precoce, al fare, a domare con testardaggine proprio quanto della espressione immediata e impulsiva appare, a coloro che ben comodamente sopravvivono in un consolidato gratificante, velleitario e impratico. Per quel che apprendo dalla mia memoria personale ho sempre disegnato (7)(e significativi mi appaiono ancora oggi i ‘soggetti’ di quel disegnare…); e da sempre ho composto in epica le stesse vicende della esistenza domestica e familiare. Con l’ingresso in scuola la fluidità e la espansività dell’endecasillabo mi sono apparse ottimo coadiuvante per la dichiarazione esplicita dei risultati di una mia riflessione su quanto accumulato dalla modesta esperienza. Nella prima fase travolgente di questo operare ‘in provvisorietà’ si consuma l’equivoco che il reale sia a portata di mano della nostra intraprendenza e ambizione personale, magari confortate da successo scolastico seppur punteggiato da qualche dubbio di maestro occhialuto… Poi, a un certo punto di crisi, ci si convince che al reale, in verità, si riemerge dopo patite diverse deludenti ma necessarie esperienze, misurati entità, volume, e spessore del proprio prodotto momentaneo con quelli degli esemplari che studio e scelte elettive ci hanno spinto ad adottare non come modelli da copiare ma come rappresentativi di una irragionevole costanza nella intemerata prosecuzione della prova (8). Allora il riemergere al reale avviene con la codificazione spavalda di una cosmologia e di una mitologia del poeta, dello scrittore; cosmologia e mitologia da intendersi come allegorie del precipitato esperienziale di questo poeta, di questo scrittore e non più come personaggi e panorami fantastici offerti all’immediato dileggio di un pubblico sorpreso dall’immediatezza della pretesa. Sto dicendo che al valore di allegoria-metafora di quelle immagini soltanto il loro codificatore può e deve iniziare, dunque; non il critico, non un eventuale patron ideologico o editoriale, né il mecenate facoltoso, o il cointeressato in un clan letterario di tendenza in auge!…

Qualcuno osserverà che con questa estensione e dilatazione della traccia io sto travalicando la competenza dello scrittore chiamato in causa. Gli oppongo che, se dico questo, è perché sono convinto, e vorrei poter arrivare a convincere gli altri, che neanche lo scrittore, neanche l’artista, il musicista, il pittore possono sentirsi autorizzati ad esperire tutto il possibile nell’esercizio del proprio mestiere. Questo perché – e stiamo entrando pertanto nel circuito di una poetica che a molti apparirà paradossale e comunque  dissacratoria dei postulati di certa tradizione – a mio avviso poesia e arte la loro più dignitosa legittimazione la recuperano, tanto più in una età di rischio ‘liminare’ del genere umano,  unicamente operando, come attività sinergiche e in reciproco sostegno e conforto, con un preciso fine eudemonologico; e che proprio questa mira puntata alla felicità dell’uomo in terra è la variante caratteristica che distingue la operatività artistica da quella tecnica e scientifica (che, dunque, esse appunto, possono anche aprirsi a deleteri effetti, denegatori della felicità). (*)

Felicità dell’uomo in terra – quella che ho nominato appena –  che non va intesa, sia chiaro, come proposito di fornire prodotti gradevoli ai sensi ma piuttosto come produzione di effetti concreti che consentano all’uomo di ripristinare quelle condizioni di agio del vivere che, adombrate nel mito di un avvio delle sorti umane in Eden come culmine di una generosa creatività divina, sono state poi reinterpretate dai potentati ideologici e dottrinari, e congegnate in quella organica definitiva finzione della drammatica cielo-terra su cui si fondano prammatiche e galatei dei detentori di potere: i Progenitori, i nostri Prototipi  avendo spregiato e infranto l’unico divieto posto loro al godimento delle gioie nel  Giardino edenico, l’intero Genere uscito dai loro lombi dovrà espiare – e di fatto espia…- quella colpa, in quella Storia che essi hanno preferito alla contemplazione estatica del creato offerta dal creatore, fino alla conclusiva  catastrofè, …;  una immaginifica che ci vuol poco a riconoscere elaborata a esclusivo uso e consumo e profitto di pochi rispetto ai più dei terrestri…(9)

La poetica eudemonologico-ecologica che ho prospettato si fonda sul viscerale convincimento di chi la concepisce – e con accoratezza la formula e si attenta a propalarla – che l’uomo, in seno alla natura, avrebbe potuto (e ancora forse potrebbe,  se sapesse porre il giusto freno alla propria intraprendenza orgogliosa e temeraria) serenamente vivere e serenamente accettare la morte. L’eracliteo pànta rèi a un intrepido e coerente naturista, esasperato da molti mali occorsigli ma sempre risorgente con ottimistiche (non ‘candide’!…) alternative ipotizzazioni, può anche risultare nozione non più traumatizzante e anchilosante, può anche significare garanzia di inesauribilità delle evenienze, travalicamento del limite di oscillazione dello schopenaueriano pendolo tra noia e dolore. La morte – e qui cade opportuna la citazione dal Leopardi che avete  voluto porre come epigrafico custode della vostra ricerca – è detta, dalle mummie di Federico Ruysch, non dolorosa. Allora? Allora – e qui siamo al punto decisivo della poetica a cui si informano le mie scritture non soltanto pseudopoetiche, versicolari…- il vero dolore lo hanno guadagnato all’uomo i guasti della ragione temeraria, lo ha guadagnato il temerario e spesso inconsulto slancio in avanti, lo hanno procurato le velleità orgogliose di singoli e di potentati. All’opposto, le soste giudiziose, i periodici sguardi rivolti all’indietro nel tempo e nella storia hanno sempre offerto utile e sano sprone alla ricerca di un rimedio a quei guasti, allo sforzo per neutralizzare quell’intollerabile della condizione di cui si deve  dar colpa alla ragione piuttosto che alla natura.

Nella composizione di tante coordinate trova una sua collocazione precisa quella risorsa ideologica che i pretenziosi futurologici ad oltranza si sono sempre  preoccupati in ogni età civile di occultare e deprimere, e che i registratori del c.d. progresso rettilineo e inesorabile intitolano, ancora oggi, con sprezzante supponenza, come ‘utopia’, come impossibile ‘emolliente’ di una irrimediabile angustia dell’essere!

E’ a questo punto del discorso che potrà meglio intendersi la osservazione che ho fatto poco più su accennando alla responsabilità che grava sull’artista nel momento in cui egli si protende in temerarietà agoniche sia dal punto di vista formale che da quello ideario, in temerarietà che schivano o eludono sostanzialmente quella istanza eudemonologica che ho rappresentato come pretesa fondamentale e inesausta del vivente (tanto fondamentale e inesausta – sia detto di passaggio – che le stesse etiche religiose che offrono il premio della virtù come valore da delibare in sfere iperuranie o comunque oltremondane intendono che detto premio verrà fruito, oltre che dall’anima dell’individuo, anche dalla carne di lui risorta e ricostituita in organismo individuale…).

Ma restiamo all’artista. L’aberrante, il compiacimento dell’innaturale, il fantastico inconcludente e paradossale, l’incoraggiante a sovversione delle condizioni stesse in cui l’esistenza dell’uomo sulla terra è possibile, contribuiscono a sospingere l’umanità più in avanti verso l’orlo dell’abisso a cui si è indirizzata per malsano impiego delle risorse di cui disponeva ab initio in una condizione precaria ma non impossibile, in quel mondo che, se è ben vero che non lo intendiamo come il leibniziano ‘migliore dei mondi possibili’, possiamo tuttavia convenire non essere neanche il peggiore…

Questo concetto limite può fare da discrimine anche nel momento in cui ci troviamo dinanzi a prodotti della creatività di indubitabile genio. Personalmente preferisco Tolstoi a Dostoiewski, Jung a Freud, Jacobsen a  Zola, Renoir a Van Gogh (e, oserei dire, Raffaello a Michelangelo…), la accettazione della ritmica cosmica alla sua vana deprecazione, irosa o sentimentaloide, mugugnante o profusa in alti lai…Questo perché convinto che è proprio accettando la comunque ineludibile ritmica cosmica che la dinamica creativa dell’uomo può esplicitarsi con qualche utilità e acquistando credito e pratica referenzialità, la figuratività poetica realizzarsi come propositività piuttosto che come apate registro della condizione, intessere un qualche progetto di soddisfacente sopravvivenza in un durare senza dis-umanarsi, senza dis-naturarsi! Una creatività, dunque, ben ecologicamente delineata; che sia, in primis, fomentatrice non di lamentazione per ciò che manca ma di  esaltazione di quel che, pur nelle ristrettezze della condizione, convince: soddisfacimento delle esigenze biologiche di vitto, dimora confortevole, sesso inteso come piacere goduto (e non procrastinato sine die e ad infinitum da tabù e convenzionalità epocali, ma anche come promessa e garanzia del domani alla specie), la ‘salubrità dell’aria’ di pariniana memoria, la ammonizione argomentata sul  rischio, ecc.ecc.

Come non esser tentato, a questo punto, di produrre reperti stralciati da mie composizioni sia di genere prosodico che di genere prosastico? Per fornire prova concreta di come nel loro discorrere la sostanza dialettica si fonda, con personale dettato, con una istanza di comunicativa che non è facile perché non è dilettantesca, ma può risultare a tutta prima ‘spigolosa’ per la disinvolta iconoclastia di taluni suoi assunti. Ma non sono stato chiamato a esporre la mia produzione scrittoria e figurativa ma solo a chiarirne il senso. Coloro che avvertissero curiosità di effettuare il riscontro di quel che qui è stato detto con quel che è esposto all’aria nel poco edito del molto da me scritto in più di cinquanta anni di creatività indifferente al plauso o alla compassata tolleranza,  dovranno rassegnarsi ad affrontare una attenta lettura delle pagine da me prodotte (ma non solo di quelle date a stampa) almeno dal 1963 al 2005; potrebbero trarne qualche soddisfazione estetica e morale, venir contagiati – chissà – dal mio strenuo ecologismo, dal mio ‘disperato ottimismo’, e averne giovamento salutare al corpo e allo spirito; come, di tanto in tanto, è accaduto, in cinquanta e più anni, a qualche ‘addetto ai lavori’ oltre che a qualche ‘fuori classe’ con sua e mia intima soddisfazione…

Come conclusione accattivante per chi volesse dedicarsi all’impresa (Caracci si presenta, a quel che mi è stato avvertito pochi giorni fa, con una panoramica della poesia del Novecento; e non potrebbe decidere di essere anche lui della partita?…) mi limiterò a dare soltanto alcune indicazioni conclusive su qualche caratteristico espediente con cui, nei miei contesti, la tesi personale viene confortata da personaggi che, prelevati in un corso storico antecedente, vengono –  talvolta malandrinescamente – manipolati.

In “Poeta in Ninive” ricorrono più di centosessanta nomi di personaggi significativi, dall’antichità più remota al recente passato, in campi di varia creatività, pratica o ideativa, e di culturale prestanza; pescati in varie latitudini dello sfero terrestre; costretti a immettere nel circuito dialettico del prepotente circuitore, come indumento e corredo frettolosamente composto nel bagaglio, termini allusivi alla loro professionalità riverita oppure incorniciati e proditoriamente sintetizzati per contestazione del loro credito. E in “Da Alchera alla City” ne ricorrono un centinaio di altri.

In tutta la mia poesia edita e nella moltissima inedita tanti personaggi sono continuamente chiamati in causa: come pacifici dialoganti, come importuni interferenti. Ora sono velenosamente apostrofati, ora vengono opportunisticamente chiamati in soccorso, ecc. Evocati in vari contesti dal ’63 (anno della pubblicazione del “Syntagma”)  al 2005 (anno di pubblicazione di “Da Alchera alla City”) vengono spesso impostati forzosamente su situazioni “attuali”, calati con indisponente  anastrofe in trame esistenziali inrapportabili con quelle nelle quali essi hanno guadagnato aura immortalizzante; talvolta il loro nome viene maliziosamente corrotto (“…Napoleone Buonoinparte, o Maloinparte…”, se ben ricordo, in “Liminaria”); spesso le loro qualità e facoltà autentiche vengono riassunte con piglio volgarizzatore e come omologate al clima della contingenza immediata quasi li si voglia convincere che hanno una precisa responsabilità in quanto è accaduto nel mondo a seguito del loro inopportuno esibizionismo politico o letterario o artistico; non infrequentemente i loro nomi vengono citati come plurali (“…non vale come ultimo monito alla storia/ bugiarda che favoleggia di progressi/ millenari?, non smaschera l’inganno/ di mille Giustiniani?, non dileggia/ la tracotanza di tanti Augusti e Cesari?…” – “Ninive”, pag 78), sintetizzatori espliciti della diminutio o della azzardosa e provocatoria comparatio, prologo alla severa ramanzina che sul presente officierà il poeta; altre volte sono chiamati in causa perché con il poeta (e facendosi mallevadori della pregnanza e fondatezza logica e della utilità pratica del suo messaggio) collaborino alla ricostituzione – attenzione: ricostituzione! – di un mondo ‘migliore’ (“…Forse è vissuto anche/ nel Medioevo bizantino un altro/ Marcel Proust? Forse un altro André Maurois/ ne ha letto con devozione e avvedutezza/ vita e opera? E forse come foglie/ disperse nell’autunno da venti mimnermici/ i loro pingui cahiers un’orda sciita/ li ha smembrati sperperandone l’essenza?…” – in “Poeta in Ninive”, cit., pag. 118).

Alla conformazione di questa immagine del mondo il talento personale è stato chiaramente sovvenuto da acquisizioni culturali che converrà evidenziare: la indole gemellare spingendo a due simultanei itinerari a partire da una eredità isolana già di per se inclusiva di molte suscettibilità: mediterraneità, magnagrecia, arabismo, Pitrè e Amari, Shanfara e Ibn Hamdìs, protensione eis tèn Anatolikèn con Henry Corbin e René Guénon dopo degustati Pitagora, Empedocle anche riletto in Holderlin e reintegrato con il leggendario Apollonio di Tiana nel personaggio di un interminabile romanzo, dopo apprezzati Platone, Plotino, Bruno, Schelling; ma anche l’arabismo (10) di Spagna e quindi l’immenso patrimonio della letteratura spagnola, ponte verso Thule, Grunland, il Settentrione di Knut Hamsun, di Selma Lagerlof, di Sigrid Undset, e il landschaft boreale di Robert Schumann, di Florestano ed Eusebio…, di Chamisso, di Johannes Bramhs, di Bela Bartok, di Lèos Janacek, di Theodor Fontane (dedicatari, molti di costoro, di miei precisamente indirizzati carmina e prosastiche interlocuzioni). Spesso quando indico tali percorsi della mia formazione e le modalità con cui li ho  circuitati nella mia attività creativa sento levarsi proteste e sospetti, come se le mie ben responsabili e personalmente pagate frequentazioni di letture, viaggi, manuali esecuzioni di musiche e manuali ritrazioni di immagini significassero minaccia di elisione di poesia e arte dal contesto esistenziale e operativo della c.d. spiritualità civile (11): “Non sostiene forse – insinua qualcuno puntando contro di lui il dito – che, una volta allogata la fourieriana collettività nel proprio falansterio, cioè in agio di effondere tutte le proprie virtualità passionali in impegni sempre rinnovati e in un lavoro agréable, poesia e arte non avrebbero più ragione di essere ricercate?…”. Si, è vero; anche di tale estremizzazione ho fatto spesso esplicita enunciazione; ma è della poesia di tali contestatori, è della loro arte – o piattamente riproduttiva del disastrato consistere dell’esistenza o ridicolmente esibita in funambolismi verbali e tecnici, in enigmistiche cerebralità – che prevedo e predico la cancellazione come di superfluità. Ma so che avranno ancora molto tempo per durare e vivacchiare, anche riscuotendo premi nella City, la loro poesia e la loro arte; è molto il cammino che la c.d. civiltà dovrà percorrere per trascorrere dal fondo aberrante in cui è precipitata e portarsi a quei livelli di bonheur che oggi con sprezzo definiamo ‘utopistici’; consentano, essi, dunque, che qualcun altro pratichi una poesia e un’arte più utili, nella difficile campagna di quella conquista…

La mèta del viaggio poetico proposto da questo ‘strano – o straniante?…- poeta’  è quella di un universale esistenziale e terrestre paesaggio-Eden estetico culturale, nel quale sia nuovamente concesso di fruire di naturale gaudenza; paesaggio che le scelte dissennate operate nel corso ‘civile’ (intitolazione riduttiva e sarcastica, questa, mutuata dalla scepsi fourieriana…), inteso come perseguimento ottuso di rettilinea conseguenzialità – e che, secondo una mitologia di personale comodo, sarebbe stato attivato dalla temeraria Progenitrice…-, ha deformato in ‘miraggio’, utopia!… L’impulso primo a questa dinamica poetica lo fornisce la nostalgia di una ancestralità remota, caratterizzabile, poniamo, più con i rinvenimenti fatti da un qualche Lucien  Lévy-Bruhl nei meandri dell’ “Anima primitiva” o da un qualche Carl Gustav Jung nelle latebre dell’inconscio collettivo che non con i suggerimenti forniti da tante poetiche, prammatiche, precettistiche, galatei, diplomatiche convenzioni!…

Normanno

Cori, Fontana Mandarina, 30 aprile 2006

Appena completato il ‘pezzo’, tranquillizzato me stesso col dire: “Ecco, hai detto abbastanza; hai assolto l’incarico che ti sei voluto assumere…” hanno preso a circolare nella mia testa una serie interminabile di argomenti per ulteriore esplicitazione di quanto accennato in sintesi.

(1) Ad oggi si tratta di sei titoli tutti di inediti per varie centinaia di pagine e di varia impostazione (satirica, dialettica e fortemente contestataria, di polemica estetica e sociale, drammatica). La commedia “Il Verde Giorgio” entrò in prima selezione del concorso IDI 1962.

(2) Chissà quante decine di pagine del mio sessantennale diario avrei potuto estrarre e produrre come mia poetica in fieri e risparmiarmi di compilare questo intervento puramente occasionale! Ricorda l’incitamento di Giacinto Spagnoletti, a lettura del dattiloscritto del ‘Syntagma’, nel 1962. a mantenere l’abitudine del quotidiano controllo (lettera autografa: “…bene fa, come Thomas Mann ecc”); e la mia successiva trascuratezza del rapporto con Spagnoletti, durata, per ragioni varie, alcuni decenni. Ma, poi, tardiva revanche della fatalità, l’incontro con Perilli, sodale giornaliero e cultore continuo della amicizia con Spagnoletti; lui, Perilli, finora unico e più competente lettore delle mie cose, di buona estensione del loro insieme; solo lettore valido anche di parte del mio teatro.

(3) E per l’appunto work in progress il mio ‘Empedocle’, grandioso poema-romanzo in prosa nel quale con spietata inesausta e inesauribile vena un personaggio-me riversa tutto il conseguente dalla propria esperienza e critica della contemporaneità, continuamente aggiungendo nuove caratterizzazioni di quella Akràgas che in poesia ho rappresentato come la City, punto terminale di una storia del Genere…

(4) Un energico scossone alla vena medianico-onirica circolante nella mia poesia polarizzata tra ’56 e ’58 attorno agli effetti indotti dalla lettura dei rilkiani “Quaderni di Malte Laurids Brigge” e delle “Elegie di Duino”, hanno sicuramente inferto le letture e recensioni pubblicate di opere intese a presentazione e discussione delle problematiche della moderna città di vita (D. Riesman, J. Revers, Th.Veblen, W.J.H. Sprott, A.Hauser, H, Read, e altri), comportanti immagini e suggestioni di antropologica immediatezza.

(5) Plinio Perilli nelle due prefazioni a “Poeta in Ninive” (Book 1999) e “Due Poemetti: ‘Confessione fisiologica di Albrecht Durer’ e ‘Quando Pierre Clastres decise di non più vivere’” (Fermenti 2001); recensioni che, stilate di seguito l’una all’altra, costituiscono nell’insieme un esteso saggio sulla mia poesia, anche per i numerosi richiami che vi si incontrano a varie altre mie raccolte pubblicate.

(6) Ricorda la coincidenza che hai spesso dichiarato tra la modalità di un certo comporre  musicale (tema, suo sviluppo, sue variazioni e riprese trasvalutanti, agogica, conclusione che convalida l’assunto iniziale, ecc.) e il comporre logico-dialettico per verba. Ma ricorda allora anche quella certa tempera di figuralità ‘non mimetica’ nella quale impieghi una serie grafematica ed i suoi conseguenti e connessi (retrogrado, inverso, innesti di frammenti, varianti cromatiche, ecc.)

(7) Sottolinea l’urgenza, a questo punto, di approfondire il rapporto osmotico che corre tra tua verbalità di vario tipo e grafo-pittura (es. le otto lastre di acquaforte dedicate a ‘Lari e Penati’): idee e temi situati in parcheggio momentaneo in schizzi figurali, poi trasferiti in dettato, altri simultaneamente lavorati, con rimpallo di qua e di là di elementi aggiuntivi al complesso della prima intuizione, aperture dialettiche significanti date per figuras prima che per verba, e viceversa…E da’ indicazione delle figurazioni più spesso perseguite nell’età infantile; quella di cavalli con in groppa due o tre cavalieri insieme, sistematicamente derisi dai miei fratelli; e quella di scoscese montagne su cui si avventuravano, in ascesa difficile, personaggi minuti come formiche…Ingredienti anche rivalutati oggi, oltre che per la loro pregnanza e predittività esistenziali e caratteriali, perché di colpo ti si propongono come utili soggetti di una poesia di stampo familiare e confidenziale più riposante “Disegnavo cavalli dal lungo dorso ecc., componevo poemi in ariosi endecasillabi per eroi di una saga nipponica remota recuperata in un periodico per ragazzi…, ma anche un poema in cui davo conto dell’angoscia orgogliosa di un Annibale esule che sente avvicinarsi al suo rifugio il prezzolato che dovrà ucciderlo, e si decide a estrarre dalla fiala il veleno a lungo conservato per questa evenienza…”. E a trenta anni quel disegno di “Tra i meandri, e sui picchi…”; e ancora più innanzi, la tempera con lo stralcio da Pindaro, “…ep’àlloisi d’àlloi megàloi, to d’eskatòn korufùtai basilèusi…”, di seguito a una ulteriore lettura di Holderlin…, e in anni ’60 le acqueforti e poesie dedicate a “I Giganti bonari e i Re collerici”… La mia inesausta pratica di marciatore solitario, di riflessivo mai appagato, mai adescabile…

(8) A proposito di tali esemplari autori; non da intendere come modelli da imitare per idolatria della persona o dell’opera! La devozione a un modello posso averla lasciata dichiarare talvolta, e pure in una qualche particolarissima modalità, da un mio personaggio; personalmente ho mantenuto un sempre inalterato senso problematico dell’esistere e del produrre…

(9) Punto nevralgico del raccordo tra le varie concorrenti culturali ed esperienziali il ‘Poema per lo schiavo ribelle’, la cui redazione durata svariati anni fu accompagnata e seguita passo passo da svariati disegni e pitture; nel quale l’assunzione della espressione di Leopold Sedar Senghor “Ellenica è la ragione, l’emozione è negra” compare segnalata nel titolo stesso. Ricorda come ti rendesti conto al termine della redazione del testo che essa era caduta proprio nell’anno centenario della abolizione della ‘tratta’, che segnalasti tale coincidenza ‘non calcolata’ anche all’ufficio Unesco dell’Italia a Parigi, e non avesti alcun riscontro…

(10) Gli inediti ‘cantares’, esito voluminoso di due lunghi  viaggi motociclistici in Spagna del ’62-’63 e conclusivi di una intensa lettura di autori arabi e ispanici prevedevano anche, al centro dell’ideale itinerario ‘hispanidadario’, una serie di interpolazioni da poeti arabi (Ibn Hamdìs, Ibn ar Rumi, Ibn al Mutazz, ecc.); e in un dramma più recente, sceneggiando l’incontro strategico-erotico di Salomone e della Regina di Saba, ho gestito con divertito humor i fantasiosi rendiconti di Al-Tarafi e Ta’labi.

(11) Là dove fingi di riconoscere che predichi fine della poesia e dell’arte, dichiari inutilità di un loro essere in una umanità finalmente registrata nella fruizione del bene terrestre, aggiungi: “Ben strano che gente pratica nella elucubrazione di passatempi ludici anche cerebralmente spericolati non riesca ad afferrare il senso di quella  contraddizione in adiecto, di quel negare, con ragazzesca improntitudine, il valore della cultura protervamente impiegando gli stessi strumenti che la cultura ha posto a tua disposizione; escogitazione puramente funzionale al preciso assunto di deprezzamento di un’arte ‘altra’, la mia!…

(*) Occasione per discutere su questo argomento prendendo spunto dalla lettura del saggio di Caracci dedicato a Bernhard.